Raffaele Bova
Raffaele Bova

Biennale di Arte Contemporanea del Belvedere di San Leucio Città di Caserta e Casagiove - Terra Madre

... A VOLTE RITORNANO ...
Sono passati, più o meno, quarant'anni, da quando una "chietta di vattienti" portò in giro un lunedì in albis, per le strade di quella che è oggi la "terra dei fuochi", un enorme quadro su cui campeggiava la "Madonna dell'Arco" eretta sopra un mare di rifiuti.
Quasi contemporaneamente, Raffaele Bova organizzava una mostra in cui persino il catalogo era stampato su carta di uso quotidiano, con copertina in pura plastica nera, dalle buste per i rifiuti.
Verrebbe quasi da pensare ad una profeticità dell'artista.
In realtà, si trattava semplicemente di una delle prime prove di un giovane che si accostava ad un modo nuovo e diverso di intendere l'Arte, quell'"operare estetico nel sociale" che in breve sarebbe diventata una linea di tendenza capace di incidere sulla cultura e sulla società degli anni Settanta.
L'intento non era - e non poteva essere - quello di intervenire politicamente in una realtà che dava pericolosi segni di degrado: l'artista, come è sempre avvenuto, si limitava ad esprimere un personale disagio che l'avrebbe portato a segnalare tutto quanto avrebbe contaminato e stava per contaminare la società, dalla dittatura della plutocrazia (allora, era "la lira", oggi potrebbe essere l'Euro, le banche, la politica economica dell'Europa, con tutto quel che succede nel "sud dell'Europa", dalla Spagna fino all'Italia) alla schiavitù alla burocrazia (fino al "grande fratello" non solo della televisione ma anche dei codici più disparati).
D'altronde, Raffaele aveva cominciato con i sanitari (famosi i suoi "interni di bagno" delle primissime incisioni) ed aveva raggiunto l'apice con l'operazione "CE S2 O" sul corso di Trieste per concludersi con la "porta del cesso" (che "non aveva niente a che vedere con Duchamp", come sottolineai all'epoca) presentata alla Biennale.
"I fatti ci cosano" chioserebbe l'improbabile assessore Palmiro Cangimi di "Zelig".
E il terrore strisciante che oggi pervade la Campania - per le conseguenze che un criminale comportamento seguito negli anni Sessanta e Settanta sta provocando sull'economia di una terra "Felix" - mette inevitabilmente le opere e i gesti di Bova nella luce di un'atroce profezia che nessuno volle vedere.
E' triste dover registrare, quarant'anni dopo, che ancora gli "operai" del Nord continuano a non chiedersi come la propria azienda smaltisca i rifiuti tossici che le regioni industrializzate producono e che non si sa dove e come vengano smaltiti: anzi, lo si sa benissimo, ma si fa finta di non capire.
Ancora più triste è registrare che certe indicazioni (meglio evitare il termine "messaggi") servono ancora e semplicemente per "classificare" un uomo (o un artista, se si vuole) ma che il suo "Homo sapiens" continua ad essere imperturbabilmente "insipiens" fino all'idiozia pura.
La politica non sa, non può e non vuole fare niente oltre le frasi di circostanza per esprimere indignazione, dolore e impegno a cambiare qualcosa che è molto più comodo lasciare come sta (il principe di Salina insegna ancora).
La società sembra risvegliarsi, almeno di fronte alla morte.
Noi che abbiamo registrato il "candore" della gente (così vicino alla stupidità ottusa del contadino di "Gomorra" che offre al camorrista le pesche avvelenate); che abbiamo cercato di indicare (in qualche caso, anche di denunciare) limiti e storture per verificare alla fine che "tutto è rimasto come prima, anzi peggio di prima"; noi che abbiamo attraversato tutta una vita con l'illusione che la politica alla fine si sarebbe affermata come "scienza del popolo", non possiamo che continuare a guardare con interesse a che si ostina a fare dell'Arte uno strumento (sempre più debole contro giornali e televisioni di parte) per "dire delle cose" a chi vuole ascoltarle.
E, se un atteggiamento troppo disinvolto (o superficiale) renderà inutili anche le proteste di certi rappers, non potremo che continuare a pensare, a dire, a scrivere quello che vediamo; e guardare con interesse l'"homo sapiens" che agita un tablet ma alla fine si occupa del "bunga bunga" più che dei veleni che ancora vengono sepolti dietro casa.
In questa direzione l'azione che Bova ha progettato per la mostra di Caserta si presenta sin dalla prima intuizione come una pagina ulteriore di un "sognatore" che (per citare un articolo famoso di Pasolini) "sa" ma non potrà mai dimostrare e non sarà creduto che qualche decennio dopo; che "conosce" i colpevoli e i conniventi, ma non può che indicarli: ad altri spettano competenze che si svilupperanno forse troppo tardi.
Il "percorso di fuoco" che dovrebbe attraversare la città è un itinerario che tutti conoscono, che tutti percorrono quotidianamente per i più svariati motivi, dall'uscita dell'autostrada a Marcianise attraverso il caivenese e l'acerrano fino a Nola, da una parte; e giù verso Villa Literno e verso il mare, nell'altra direzione.
Ma la "luminaria di strada" sarà probabilmente solo una suggestiva occasione di "diversa inaugurazione": svoltato l'angolo, tutti si dimenticheranno che quei fuochi sono realizzati con gli strumenti quotidiani che usiamo per sostentarci ...  e per avvelenarci.
Allo stesso modo, la "galleria dei colpevoli" (con la triade al centro) sembrerà molto affascinante e non ci si accorgerà neppure che nei profili incerti e confusi della massa sottostante c'è ciascuno di noi con le sue responsabilità, con il suo colpevole disinteresse.
L'artista può e deve "sapere" ma non può e non può e non sa documentare, dimostrare, muovere accuse che reggano in un tribunale.
Bova ancora una volta si mette davanti ai fatti e li racconti, quasi come una favola piacevole, un gioco affascinante di luci, di colori e di effetti; ma quello che dice meriterebbe un attimo di riflessione e di analisi al di là del fatto puramente estetico (come era successo ormai quarant'anni fa, del resto); e le conseguenze che ha determinato, in questi anni, un semplice libro - costringere i lettori a guardare in faccia la realtà - potrebbero essere un viatico per una interpretazione diversa del lavoro proposto.
Il carico politico sul fatto estetico è stata un'aggiunta che solo a Caserta (e, più in generale, in Campania) è stata posta sull'attività estetica negli anni Settanta e Ottanta.
Oggi, riesce più difficile sperare che le coscienze si smuovano di fronte ad un evento artistico.
Ma con lo stesso entusiasmo (o la stessa illusione) di allora, Bova continua a raccontare le sue "favole tristi" con profonda convinzione personale e, sotto sotto, con una certa fiducia che gli altri capiscano; e, allo stesso modo, quelli che hanno accompagnato le esperienze degli anni Settanta guardano il suo lavoro convinti che quelle favole andrebbero riportare alla realtà e vissute come documenti della società, prima che come esercizi di estetica.
 
 
 

 

 

 

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